Suoli da mangiare
 
Giacomo Certini1, Riccardo Scalenghe2
1 - Dipartimento di Scienza del Suolo e Nutrizione della Pianta - Università degli Studi di Firenze
P.le delle Cascine 28, 50144 Firenze  Email: certini@unifi.it
2 - DAAT pedologia - Università degli studi di Palermo
Viale delle Scienze 13, 90128 Palermo  Email: scalenghe@unipa.it
 
 

Mangiaterra è un Gormite, vive sull'isola di Gorm ed appartiene al popolo della Terra, comandato da Kolossus e Gheos. Nei suoi cinque centimetri di plastica, Mangiaterra sviluppa la potenza dell’intrattenimento dei bambini essendo un giocattolo dedito nientemeno che alla “geofagia” (dal greco, gé=terra e phageìn=cibarsi).
Al di là dei fantomatici Gormiti, numerose popolazioni antiche hanno praticato la geofagia. Riferimenti a riguardo si ritrovano negli scritti di Aristotele (300 a.C.), ma ancor prima in Sumeria, Egitto e Cina. Ed è probabile che la geofagia fosse ampiamente diffusa già nei popoli preistorici. Alexander von Humboldt sul finire del ‘700, durante la sua discesa dell’Orinoco rimase particolarmente colpito dalla geofagia, praticata dalle popolazioni locali1. Notò tuttavia che per quanto diffusa, essa non sembrava portare grandi benefici. Anzi, particolari situazioni di malessere fisico apparentemente erano da associarsi proprio all’ingestione continuata di terra.
Ancora oggi molte comunità in varie parti del mondo mangiano il suolo. E ciò per una serie di ragioni che spesso travalicano la ricerca del benessere fisico, quali quelle psicologiche, religiose o sociali. In Africa centrale, dove la geofagia ha indubbiamente una forte valenza culturale2, tale pratica è comune fra i bambini. Non viene affatto stigmatizzata e talvolta continua anche nell’adolescenza e in età adulta. Una decina di anni fa sono stati monitorati 285 scolari kenioti di età compresa fra 5 e 18 anni, rilevando che un 70% di essi praticava quotidianamente la geofagia3. La quantità media di suolo ingerita era di una trentina di grammi e tutti asserivano che erano attratti dall’odore, il sapore e la consistenza pastosa di questo inusuale cibo.
Particolarmente in Africa tuttavia la geofagia appare utile anche ad integrare le richieste di elementi necessari al metabolismo umano non soddisfatte da una dieta troppo povera. Le donne incinta, nelle quali tali richieste sono mediamente del 20% più elevate del normale (e durante l’allattamento addirittura del 50%), inseriscono l’argilla nella loro dieta a questo scopo. L’argilla viene acquistata nei mercati e consumata in più riprese durante la giornata, con o senza acqua. Nelle zone più povere o remote, viene ingerito direttamente del suolo prelevato preferibilmente da termitai ma anche dall’alveo di fiumi in secca, dalle pareti delle capanne di fango, dal fondo stradale. In taluni casi il suolo viene cotto prima dell’uso.
Con lo schiavismo la geofagia si è trasmessa dall’Africa agli Stati Uniti, specie negli stati del Sud, dove ancora oggi è molto diffusa tra la gente di colore (ma talvolta anche tra i bianchi e i nativi americani). In questa area geografica vi sono depositi di argilla con elevata valenza nutritiva e da qui spesso vengono spediti pacchetti di “terra buona” da amici e parenti alle donne in dolce attesa degli stati del Nord.
Esistono alcuni (non molti) studi che comprovano l’utilità della geofagia in condizioni di forti insufficienze alimentari, specialmente per quanto riguarda il ferro4,5. I suoli che vengono mangiati sono stati talvolta descritti dal punto di vista tassonomico6, ma una loro sistematica caratterizzazione chimico-mineralogica porterebbe a una ben migliore conoscenza del loro reale potenziale a sopperire alle richieste di elementi dell'organismo umano. Tra le poche cose ad oggi verificate con un certo grado di sicurezza c'è che la biodisponibilità del Fe ingerito col suolo dipende più che altro dal contenuto in ossidi ferrici, nonché dalla loro natura, dimensione e cristallinità. L’ematite, specie quando sottoforma di grossi cristalli, dovrebbe essere relativamente stabile durante il transito nell’apparato digerente. Al contrario, la ferridrite, un idrossido ferrico tipicamente a scarsa cristallinità e grana finissima dovrebbe essere molto più reattivo in questo senso. È presumibile, per esempio, che il calcio ed il magnesio adsorbiti sui siti di scambio dei minerali argillosi siano in parte disponibili, come potrebbe esserlo il potassio nell’interstrato delle miche alterate. Ma anche i sali solubili e i carbonati dovrebbero rilasciare gli elementi alcalini ed alcalini-terrosi nelle condizioni di estrema acidità dello stomaco. Così come non è escluso che il fosforo e lo zolfo possano essere assorbiti dall’organismo umano dai rispettivi sali (fosfati e solfati). Ma poco è stato dimostrato finora a questo riguardo.
Proprio l’affinità con elementi fondamentali per l’organismo umano che hanno certi minerali può far sì che questi ultimi, quando ingeriti, facciano l’effetto contrario a quello sperato, interferendo con l’assimilazione degli elementi contenuti nel cibo cui i minerali si trovano associati nell’apparato digerente.
Oltre ai meriti più o meno reali in campo nutrizionale, la geofagia ha delle implicazioni positive di carattere sanitario. Le capacità antiacide del suolo non possono essere disconosciute, specie quando questo contiene carbonati. Tuttavia, anche suoli non carbonatici ma contenenti minerali alluminosi capaci di rilasciare ossidrili, quali l’ossido di alluminio gibbsite, possono avere valenza antiacida. Non a caso, i suoli profondamente alterati ricchi in gibbsite tipici delle zone tropicali risultano tra quelli più “appetiti”. Altri minerali alluminosi idrossilati, quali la caolinite e la vermiculite interstratificata (HIV), sono probabilmente meno efficaci allo scopo.
Le proprietà detossificanti dell’argilla, che in virtù dell’elevata superficie specifica e carica elettrica è capace di legarsi alle tossine e così inattivarle, sono state abbastanza ampiamente dimostrate5,7,8. Presso la tribù indiana dei Pomo, del Nord della California, così come nell’Ogliastra, in Sardegna, alla farina di ghiande viene addizionata dell’argilla nella preparazione di una sorta di pane, al fine di ridurre l’amarezza della farina sfruttando la capacità dell’argilla di adsorbire i tannini9.
Ma l’argilla potrebbe rivelarsi utile per problematiche ancor più serie. Vi sono infatti interessanti indizi che la Na- e Ca-bentonite siano efficaci nella rimozione dai succhi gastrici del cesio10, un radionuclide rilasciato in abbondanza durante il disastro di Chernobyl e che continua a contaminare vaste aree e purtroppo ad essere ingerito dalle popolazioni che le coltivano.
Ma non tutto quel che luccica è oro: numerosi sono i risvolti negativi della geofagia documentati in letteratura, tra i quali il blocco intestinale11, l’anemia12, la perforazione del colon13, l’avvelenamento cronico da piombo ed altri metalli pesanti14, e le infezioni da patogeni quali il batterio del tetano (Clostridium tetani) o i geoelminti15.
Nonostante Vi possa suonare strano, anche molti di Voi che state leggendo queste righe potete in qualche modo considerarVi dei geofagi. Infatti, nel registro dei prodotti del Ministero Italiano della Salute, compaiono numerosi medicinali che contengono argilla, di cava o artificiale, come eccipiente o principio attivo (il Maalox, ad esempio). Ma ovviamente si tratta di prodotti totalmente sicuri, dove sia la qualità che il dosaggio dell’argilla non possono essere causa di nessuno dei problemi sopra elencati. Anzi.

 

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presentato dallo "chef andaluso" Prof. Vidal Barrón, Università di Cordoba, in occasione del Congresso Mondiale della International Union of Soil Science Societies nel 1998 a Montpellier

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BIBLIOGRAFIA

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    n. 1-3 anno 2006