Nei treni le cinture di sicurezza mancano per scelta ingegneristica: in molti casi farebbero più danni che benefici.
Ogni volta che accade un incidente ferroviario, come il recente urto in Spagna che ha causato due feriti lievi, riemerge la stessa domanda: perché sui treni non ci sono le cinture di sicurezza? Siamo abituati a trovarle nelle automobili e sugli aerei, tanto da considerarle ovvie. Eppure nei vagoni ferroviari non compaiono quasi mai. Non si tratta di una dimenticanza o di un risparmio economico: la loro assenza è una scelta precisa, basata su criteri tecnici, fisici e anche legati alla sicurezza generale del mezzo.
La compartimentazione protegge più di una cintura: come funziona la sicurezza passiva nei treni
La prima ragione va cercata nella massa e nella dinamica dei treni. A differenza delle auto, un treno in fase di arresto ha una decelerazione più lunga e distribuita, grazie alla sua mole enorme. Questo rende meno traumatico il rallentamento improvviso, riducendo il bisogno di fissare il corpo al sedile. Inoltre, nei treni moderni, i passeggeri non sono sempre seduti, ma si spostano lungo le carrozze: installare le cinture avrebbe poco senso, perché molti sarebbero comunque in piedi o in movimento.
Un secondo aspetto riguarda il tipo di cinture che sarebbero necessarie. Quelle semplici, a due punti, non garantirebbero protezione. Servirebbero cinture a tre punti, come in auto, che richiederebbero sedili rigidi e ancoraggi al pavimento. Ma questi sedili rigidi, in caso d’impatto, potrebbero diventare pericolosi per chi non è legato, aumentando il rischio di traumi interni. I sedili ferroviari invece sono progettati per deformarsi, attutire l’urto e proteggere chi sbatte in avanti.

La compartimentazione protegge più di una cintura: come funziona la sicurezza passiva nei treni – aip-suoli.it
Questo principio si chiama compartimentazione: ogni carrozza è progettata come un ambiente controllato, con sedili alti, distanze precise e materiali assorbenti. In caso di collisione, il corpo viene proiettato in avanti, ma non contro superfici rigide: lo schienale che cede assorbe l’energia e riduce i danni. È un sistema che lavora in modo diverso dalla cintura, ma spesso con migliori risultati pratici.
Rimanere liberi è più sicuro: cosa succede davvero in caso di incidente
Un altro concetto chiave è quello dello spazio di sopravvivenza. In auto, la cintura serve a mantenere il corpo nella posizione sicura. In treno, invece, legarsi al sedile può essere fatale, perché in caso di collasso strutturale del vagone, chi è ancorato rischia di essere schiacciato insieme al sedile stesso. Un passeggero non legato, invece, ha più probabilità di finire in una zona meno danneggiata, magari anche spinto via dall’urto.
Anche le estremità delle carrozze sono progettate in modo da accartocciarsi, assorbendo l’impatto e proteggendo il corpo centrale del vagone, dove di solito si trovano i passeggeri. L’idea è creare una zona sicura, che rimanga integra anche se le parti esterne vengono danneggiate. Una cintura, in questo contesto, non aiuterebbe, anzi, renderebbe più difficile spostarsi o salvarsi.
Infine, c’è un altro aspetto sottovalutato: le cinture rallentano l’evacuazione. In caso di emergenza, come un deragliamento o un incendio, ogni secondo è prezioso. Doversi slacciare una cintura, magari deformata, potrebbe fare la differenza tra uscire o restare intrappolati. Per queste stesse ragioni non si usano nemmeno gli airbag, perché in un ambiente dove i passeggeri non sono in posizione fissa, l’azionamento potrebbe colpire qualcuno in piedi o in transito.
Alla luce di questi elementi, è chiaro che l’assenza delle cinture non è una mancanza, ma una scelta ingegneristica ponderata, basata su studi precisi e su decenni di esperienze reali. E anche se l’istinto ci porterebbe a volerci legare per sentirci più sicuri, in treno, paradossalmente, è più sicuro restare liberi.








