Scienza

“Ecco com’è il Paradiso”: la scoperta di uno scienziato che cambia la storia

Scoperta scientifica
"Ecco com'è il Paradiso": la scoperta di uno scienziato che cambia la storia - aip-suoli.it

Una teoria collega il limite dell’universo osservabile all’idea di Paradiso. Cosa dice la scienza e perché resta scettica.

Nelle ultime settimane ha ripreso forza una teoria che mescola cosmologia, equazioni fisiche e immaginario religioso, attirando attenzione ben oltre gli ambienti accademici. A rilanciarla è stato Michael Guillén, ex fisico con formazione ad Harvard e noto divulgatore scientifico, secondo cui la “dimora di Dio” si troverebbe oltre un confine preciso dell’universo osservabile, a una distanza stimata di circa 439 trilioni di chilometri dalla Terra. Un numero che colpisce, quasi ipnotico, e che ha riacceso un dibattito antico: esiste un limite ultimo della realtà fisica? E se sì, cosa c’è oltre?

L’affermazione, però, va maneggiata con cautela. Guillén parte da concetti reali e ben noti alla fisica moderna, ma la conclusione che propone non rientra nei criteri della scienza sperimentale. È una riflessione che vive in una zona di confine, dove il linguaggio matematico lascia spazio all’interpretazione simbolica. Ed è proprio lì che nasce l’equivoco.

Il limite dell’universo che possiamo vedere

Il punto di partenza della teoria è l’orizzonte cosmico, noto anche come orizzonte dell’universo osservabile. L’universo è in continua espansione e, di conseguenza, esiste un limite oltre il quale la luce degli oggetti non ha avuto il tempo di raggiungerci dall’inizio del cosmo. Questo limite non segna la fine dell’universo, ma solo la fine di ciò che possiamo osservare.

Si tratta di un concetto legato alla Legge di Hubble, secondo cui più una galassia è lontana, più velocemente si allontana da noi. A distanze enormi, lo spazio stesso si espande a una velocità tale da superare quella della luce, rendendo impossibile qualsiasi scambio di informazioni. Da qui nasce l’idea di un “confine”, che però è osservativo, non fisico.

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Il limite dell’universo che possiamo vedere – aip-suoli.it

Guillén spinge questo ragionamento fino alle sue estreme conseguenze. Se oltre l’orizzonte non possiamo vedere nulla, allora quel “oltre” diventa, nella sua lettura, uno spazio simbolico. Un luogo che non appartiene più al nostro tempo e alle nostre leggi fisiche. È qui che colloca, in senso concettuale, il Paradiso. Non come un punto mappabile, ma come una regione irraggiungibile, separata dal nostro universo dall’espansione stessa dello spazio.

Dal punto di vista scientifico, però, è fondamentale chiarire un aspetto: l’orizzonte cosmico non è una parete. Non esiste una barriera, un muro o una soglia materiale. È un limite che dipende dal tempo trascorso dal Big Bang e dalla velocità della luce. Se l’universo fosse più vecchio, l’orizzonte sarebbe più lontano. Non a caso, con il passare dei miliardi di anni, ciò che oggi è invisibile potrebbe diventare osservabile, almeno in teoria.

Quando fisica e sacro si incontrano (e si separano)

Secondo Guillén, l’orizzonte cosmico presenta una caratteristica affascinante: dal nostro punto di vista, il tempo degli oggetti che si avvicinano a quel limite sembra rallentare. La luce proveniente da regioni estremamente lontane appare sempre più rossa, sempre più dilatata. È il cosiddetto redshift cosmologico, un effetto previsto dalla Relatività Generale di Albert Einstein.

In questa dilatazione temporale, Guillén intravede un’analogia con l’idea biblica di eternità. Un luogo senza passato né futuro, immerso in un presente eterno. Da qui il salto concettuale: se il tempo, così come lo conosciamo, sembra perdere significato oltre l’orizzonte osservabile, allora quello spazio potrebbe essere compatibile con l’idea di un’entità immortale e atemporale.

Ed è proprio qui che la comunità scientifica alza le sopracciglia. Il primo problema è concettuale: l’orizzonte cosmico non è un luogo assoluto. Ogni osservatore nell’universo ha il proprio orizzonte. Ciò che per noi è invisibile, per un osservatore distante miliardi di anni luce potrebbe essere perfettamente osservabile. Non esiste un “confine universale” valido per tutti.

C’è poi un fraintendimento sul tempo. È vero che, osservando eventi lontanissimi, questi sembrano rallentare. Ma questo non significa che, in quelle regioni, il tempo si sia fermato davvero. Per un ipotetico osservatore locale, il tempo scorrerebbe normalmente. Il rallentamento è un effetto prospettico, non una condizione reale dell’universo.

Infine, pensare al Paradiso come a una coordinata cosmica equivale, secondo molti fisici, a confondere un limite percettivo con una destinazione reale. L’orizzonte cosmico assomiglia all’orizzonte marino: sembra un confine concreto, ma più ci si avvicina, più si sposta in avanti.

Questo non rende la riflessione di Guillén inutile. Al contrario, mostra quanto il nostro rapporto con l’universo resti carico di domande aperte. La cosmologia moderna ha già dimostrato che spazio e tempo non sono assoluti, ma dipendono dall’osservatore. Ed è spesso in questi territori di confine, tra ciò che sappiamo e ciò che non possiamo ancora misurare, che nascono le interpretazioni più suggestive.

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