Errori nella dichiarazione dei redditi, fino a quando possono controllarti: i termini esatti dell’Agenzia delle Entrate
In questo periodo dell’anno, per milioni di italiani, la dichiarazione dei redditi è un appuntamento tanto obbligato quanto ansiogeno. La compilazione del 730, tra dati anagrafici, spese sanitarie e redditi, può generare errori involontari, omissioni o dimenticanze. E a quel punto il dubbio sorge spontaneo: fino a quando si è esposti a un eventuale controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate? C’è un limite oltre il quale il rischio si azzera oppure bisogna temere accertamenti per sempre? La risposta, per fortuna, esiste. Ed è scritta nero su bianco nella normativa fiscale italiana.
Se presenti la dichiarazione ma dimentichi dei redditi: quanto dura il rischio
Secondo quanto stabilito dalla legge, nel caso in cui un contribuente abbia presentato regolarmente la dichiarazione dei redditi, ma non abbia inserito uno o più redditi percepiti, l’Agenzia delle Entrate ha sei anni di tempo per effettuare controlli. Il termine decorre dall’anno successivo a quello in cui la dichiarazione doveva essere presentata, non da quando si scopre l’errore. Significa, ad esempio, che per un’irregolarità commessa nella dichiarazione relativa al 2023 (presentata nel 2024), i controlli possono essere avviati fino al 31 dicembre 2030.
Questa finestra temporale può sembrare lunga, ma serve allo Stato per incrociare i dati, avviare verifiche e gestire eventuali richieste di accertamento fiscale. I controlli possono arrivare anche molto dopo il primo campanello d’allarme: non basta che siano passati un paio d’anni per sentirsi al sicuro. È importante sapere che, in questi casi, la continuità dei controlli dipende anche dalla gravità e dalla frequenza degli errori. Non tutte le dimenticanze vengono trattate allo stesso modo. Alcune possono comportare sanzioni leggere, altre, invece, aprire la porta a contestazioni ben più pesanti.

Se presenti la dichiarazione ma dimentichi dei redditi: quanto dura il rischio – aip-suoli.it
Il consiglio degli esperti è sempre lo stesso: in caso di dubbio o errore riconosciuto tardi, meglio provvedere a un ravvedimento operoso piuttosto che aspettare di essere contattati dal Fisco. Anche perché, se l’errore viene corretto prima dell’accertamento, le sanzioni sono molto più leggere e si evitano conseguenze più invasive.
Se non presenti la dichiarazione: i controlli durano ancora di più
Il discorso cambia radicalmente per chi, pur avendo prodotto reddito, non ha presentato affatto la dichiarazione. In questo caso, la legge è più severa. L’Agenzia delle Entrate ha infatti fino a sette anni di tempo per avviare controlli, sempre a partire dall’anno successivo all’omissione. Tradotto: se nel 2025 non presenti la dichiarazione relativa ai redditi del 2024, i controlli potranno essere avviati fino al 31 dicembre 2032. In pratica, il rischio resta aperto per otto anni totali.
La differenza sta nel fatto che l’omessa dichiarazione è considerata più grave rispetto a una compilazione incompleta o imprecisa. Il Fisco parte dal presupposto che ci sia stata una volontà di non comunicare i propri redditi, e non una semplice dimenticanza. Per questo, oltre ai tempi più lunghi, le sanzioni previste sono anche più pesanti.
In ogni caso, ciò che fa la vera differenza è la tracciabilità. Oggi la maggior parte dei redditi — da lavoro, da affitti, da bonus — è registrata automaticamente nei sistemi fiscali. Ma restano ancora molte situazioni non immediate, che sfuggono al precompilato. Ecco perché l’attenzione alla propria posizione fiscale resta fondamentale, specie per chi gestisce attività autonome, ha entrate estere o cambia spesso tipologia di reddito.
In definitiva, il momento in cui si può dire “ok, non arriverà più nulla” non è immediato. Ma esiste. Passati i sei o sette anni, secondo i casi, il fascicolo si chiude e l’Agenzia non può più avviare controlli. A quel punto, almeno su quell’anno fiscale, si può tornare a dormire tranquilli.








