Una nuova ordinanza della Cassazione chiude ogni spiraglio: chi tace perde per sempre il diritto di difendersi.
Molti contribuenti continuano a sottovalutare l’intimazione di pagamento inviata dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Considerata da alcuni una semplice comunicazione senza forza esecutiva, viene spesso lasciata senza risposta, soprattutto quando si pensa che il debito sia prescritto o mai notificato. Questo comportamento, però, secondo una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 35019/2025), può avere conseguenze definitive e irreparabili. Chi non impugna l’intimazione nei tempi previsti vede il proprio debito cristallizzarsi, perdendo per sempre ogni possibilità di contestazione. La legge interpreta quel silenzio come una accettazione implicita del debito, che diventa così inattaccabile, anche in presenza di vizi procedurali precedenti.
La decisione della Cassazione e le conseguenze per i contribuenti
Il 31 dicembre 2025, la Corte di Cassazione ha depositato un’ordinanza che riguarda un caso emblematico. Un cittadino aveva ricevuto un’intimazione di pagamento, ma sosteneva di non aver mai ricevuto la cartella esattoriale sottostante e che il credito fosse prescritto. In primo grado, i giudici avevano accolto queste obiezioni, imponendo all’Agenzia delle Entrate-Riscossione l’onere della prova sulla notifica. Ma la Suprema Corte ha ribaltato completamente la sentenza.
Secondo la Cassazione, quel contribuente aveva ricevuto, negli anni precedenti, altre intimazioni relative allo stesso debito e non aveva mai presentato ricorso. Questo dettaglio è stato decisivo: la Corte ha stabilito che l’inerzia del contribuente ha prodotto l’effetto giuridico di consolidare il debito, anche in assenza di notifica della cartella originaria o di altre irregolarità.

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Il principio è chiaro: non opporsi all’intimazione significa rendere definitivo il credito, sanando retroattivamente qualsiasi irregolarità del passato. Neanche la mancata notifica della cartella, un vizio considerato tra i più gravi, può più essere fatto valere. Una volta che scade il termine per impugnare, sessanta giorni dalla notifica, non resta più nessuna via di uscita.
Questo vale anche per i casi di prescrizione. Se il credito si è prescritto ma l’intimazione non viene contestata, la prescrizione non potrà più essere invocata. Quando arriveranno il pignoramento, il fermo amministrativo o l’ipoteca, sarà troppo tardi per sollevare eccezioni. Tutto si gioca nei giorni successivi alla ricezione dell’intimazione.
Come reagire correttamente all’arrivo di un’intimazione
Quando arriva una intimazione di pagamento, non si può restare fermi. L’atto concede appena cinque giorni per evitare l’esecuzione forzata (come pignoramenti o fermi amministrativi), ma il termine per contestarla giudizialmente è di sessanta giorni. Attendere sperando in un condono o confidando nell’inerzia dell’amministrazione è una strategia perdente.
La prima cosa da fare è verificare attentamente il contenuto dell’intimazione. Bisogna capire se il debito è noto, se le cartelle sono state ricevute, se ci sono state notifiche regolari o se sono passati molti anni. Nel caso ci siano dubbi sulla notifica della cartella originaria o si sospetti che il debito sia prescritto, è necessario presentare ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria.
Chi non ha ricevuto la cartella deve impugnare l’intimazione subito, segnalando la mancata notifica. Chi pensa che il credito sia prescritto deve calcolare i termini corretti, che variano a seconda del tipo di imposta (in genere cinque o dieci anni), e sollevare subito l’eccezione. È possibile anche chiedere la sospensione dell’esecuzione o fare un pagamento parziale per guadagnare tempo utile a costruire una difesa più solida.
Ogni giorno di ritardo può trasformarsi in un rischio. La Cassazione ha ribadito che non esiste più una seconda possibilità. Una volta scaduti i termini, il debito si blinda e ogni vizio formale o sostanziale viene cancellato per legge. Nessun giudice potrà più intervenire sulla legittimità dell’atto originario.
Anche per contestare un fermo amministrativo o un’ipoteca, se l’intimazione precedente è rimasta senza ricorso, non si potrà più entrare nel merito della legittimità del debito. Il giudice potrà solo valutare la correttezza formale della misura, ma non il contenuto. Il sistema prevede un solo momento utile per difendersi, ed è proprio quando arriva l’intimazione.
Ignorare l’atto, sperando che il fisco dimentichi o che arrivi un condono futuro, significa rinunciare a ogni diritto. L’intimazione rappresenta un bivio senza ritorno: si contesta subito o si accetta per sempre.








