Nel cuore dell’Italia si trova “La Machu Picchu italiana”, che continua a sorprendere i visitatori con il suo paesaggio unico e la sua storia millenaria
Civita di Bagnoregio sorge su uno sperone di tufo fragile che domina un paesaggio segnato dall’erosione, modellato da millenni di pioggia, vento e frane. Siamo nel cuore dell’alto Lazio, tra Orvieto e Viterbo, a circa due ore da Roma. Questo piccolo borgo sospeso, collegato al resto del mondo da un solo ponte pedonale, è diventato famoso come “la città che muore” per via dell’instabilità del terreno che lentamente lo consuma. Eppure, Civita è viva. Ogni anno attira decine di migliaia di visitatori, affascinati dalla sua architettura immobile, dalla sua posizione isolata ma panoramica e da una storia che si può leggere sui muri.
Il ponte di cemento armato, costruito negli anni ’60, è oggi l’unico accesso. Lunga circa 300 metri, questa passerella a piedi nudi tra cielo e crepacci rappresenta già un confine simbolico: da una parte la quotidianità, dall’altra un luogo fuori dal tempo. La parte moderna si chiama Bagnoregio, ma il vero cuore storico è Civita, con meno di dieci residenti stabili, qualche bottega, ristoranti discreti e una piazza centrale sorprendentemente ampia. Il momento migliore per arrivarci è al tramonto, quando il tufo si colora di rame e la valle dei calanchi si immerge nell’ombra.
Civita, il borgo costruito su una rupe che si sgretola
Civita affonda le sue radici nell’epoca etrusca, come dimostrano alcune tombe e resti nei dintorni. Ma la sua forma attuale è frutto di secoli di trasformazioni. Il centro storico mostra elementi medievali e rinascimentali, con palazzi signorili, archi in pietra, stemmi scolpiti e vie strette che si incrociano senza ordine.
La vera particolarità del borgo, però, non è l’architettura, bensì la sua instabilità geologica. Il colle su cui sorge Civita è composto da strati di argilla e tufo, materiali friabili che crollano a ogni scossa o pioggia intensa. La valle intorno – detta “dei Calanchi” – è un panorama lunare, fatto di gole, creste e pareti spoglie, segno visibile dell’erosione continua.

Civita, il borgo costruito su una rupe che si sgretola – aip-suoli.it
Negli ultimi decenni, l’amministrazione locale ha introdotto un ticket d’ingresso per sostenere le spese di monitoraggio e manutenzione. Cinque euro che molti pagano volentieri, consapevoli che questo borgo rischia di sparire. I geologi parlano di un destino ancora lontano, forse tra 800 anni, ma il simbolo resta. Civita è la bellezza precaria, e proprio per questo irripetibile.
All’interno del paese, si apre una grande piazza dominata dalla chiesa di San Donato, costruita sul sito di un antico tempio romano. Intorno, si notano alcune dimore nobiliari, con finestre eleganti e cortili interni. In passato, famiglie influenti della Tuscia avevano scelto Civita come luogo di residenza, costruendo qui palazzi che oggi si fondono con le case in pietra più umili. Tutto il borgo è percorribile in pochi minuti, ma ogni angolo merita una sosta. Il silenzio è quasi assoluto, interrotto solo dai passi e dal vento. Non ci sono auto, né segni di modernità invasiva. Anche la rete elettrica è nascosta, le insegne sono discrete. È un luogo in cui il tempo sembra fermo, ma dove ogni pietra racconta un cambiamento.
Un cammino sospeso tra cielo e terra, dentro una cartolina che cambia con la luce
Raggiungere Civita di Bagnoregio significa lasciare la macchina a valle e affrontare a piedi un ponte in salita, ripido, esposto, senza protezione dal sole. Già da qui si capisce che non è un luogo “comodo”, ma uno che va guadagnato. Il panorama dal punto di partenza è mozzafiato: la rupe isolata, con il campanile che svetta, sembra uscita da un racconto.
Durante il tragitto, i visitatori si fermano spesso a fotografare. Il borgo cambia aspetto ogni ora: con la luce del mattino è giallo, a mezzogiorno è chiaro e piatto, al tramonto diventa rosso e drammatico. D’inverno, avvolto dalla nebbia, appare e scompare, come una visione. In estate, con il caldo secco e il cielo terso, sembra scolpito nel tufo.
Chi entra a Civita si ritrova in un villaggio vero, non in una ricostruzione. Le strade sono vive, anche se poche. Le case hanno fiori sui davanzali, i cortili profumano di legna e rosmarino. I gatti sonnecchiano sui gradini. I ristoranti – piccoli, spesso a conduzione familiare – propongono piatti semplici, cucina della Tuscia, con fagioli, pane locale, cinghiale, vini del viterbese.
Molti restano fino a sera, quando il paese si svuota e l’atmosfera cambia di nuovo. Con le luci basse e le lanterne accese, Civita sembra un set teatrale, ma senza artificio. È tutto vero, tutto lì da secoli, eppure fragile. Lo sappiamo, basta guardare sotto i piedi per capire che non resterà per sempre.








