Da padri autoritari a padri amici: Galimberti analizza cosa cambia nell’educazione emotiva dei figli oggi.
Per secoli il padre è stato figura d’autorità: chi stabiliva regole, chi imponeva limiti. Oggi qualcosa si è spezzato. Lo scenario familiare, come osserva Umberto Galimberti, è attraversato da un mutamento profondo: il ruolo educativo del padre non è più lo stesso, né per forma né per funzione. In molte famiglie, l’autorità si è trasformata in vicinanza emotiva, il timore in dialogo, il controllo in tentativo di relazione paritaria. Ma questo passaggio, pur necessario, non è privo di rischi. I confini si fanno sfumati, i punti di riferimento si indeboliscono e la relazione padre-figlio diventa spesso fragile, incerta, talvolta silenziosa.
I nuovi padri tra giovanilismo e insicurezza educativa
Nel suo sguardo sul presente, Galimberti individua alcune tendenze che raccontano bene la crisi del modello paterno tradizionale. Molti padri cercano un rapporto “alla pari”, più amici che guide, spinti anche da un diffuso giovanilismo. Mostrarsi informali, empatici, coinvolti in modo diretto nella quotidianità dei figli sembra essere il nuovo standard, ma non sempre questo garantisce solidità. Il rischio è quello di confondere prossimità con efficacia, presenza con autorevolezza.

I nuovi padri tra giovanilismo e insicurezza educativa – aip-suoli.it
La società dell’abbondanza, fondata su gratificazioni immediate, plasma anche i codici educativi. L’idea di dire no, di porre un limite chiaro, sembra spesso in contrasto con il bisogno di essere accoglienti, presenti, “bravi genitori”. Ma l’assenza di confini, spiega Galimberti, genera insicurezza nei ragazzi, e fragilità negli adulti. I padri si ritrovano così in una terra di mezzo: né autoritari, né davvero autorevoli. E se la figura paterna perde forma, l’educazione vacilla.
Un passaggio cruciale avviene tra infanzia e adolescenza. Fino ai 12 anni, i figli vivono nell’amore verticale, quello dei genitori, incondizionato. Dopo, la ricerca si sposta sull’amore orizzontale, quello dei coetanei. È qui che il ruolo paterno può perdersi, soprattutto se non ci sono strumenti emotivi per sostenere il dialogo. Galimberti osserva che molti padri non parlano con i figli: prima perché delegavano tutto alle madri, poi perché non sanno come iniziare.
Il linguaggio materno, invece, resta ancorato alla dimensione fisica e pratica. Le frasi ricorrenti – “Non uscire coi capelli bagnati”, “Mettiti la maglia”, “Fai attenzione alla strada” – non aprono lo spazio per una domanda vera: “Sei felice?”. Eppure, è lì che si costruisce la possibilità di una relazione diversa. Una relazione che riconosce, che ascolta, che accoglie anche il disagio e il silenzio.
Relazioni d’affetto, ascolto emotivo e presenza reale
Secondo Galimberti, non esistono metodi educativi infallibili, ma una certezza sì: la relazione affettiva autentica è l’unico terreno solido su cui un figlio può crescere bene. Non bastano le parole, servono gesti concreti, attenzioni vere, sguardi che ascoltano. Dove c’è affetto vissuto e non solo dichiarato, l’equilibrio emotivo si sviluppa, anche se il contesto sociale è incerto o difficile.
L’assenza, invece, si manifesta in modi diversi. Famiglie dove si urla sempre. Altre dove regna un gelo emotivo silenzioso, quasi borghese. Tavoli di ristorante dove ognuno è chiuso nel proprio telefono. Figli che crescono senza sentirsi visti. Qui, la mancanza di comunicazione diventa una barriera invisibile, una frattura che si trascina negli anni.
Educare, dice Galimberti, non significa solo correggere. Significa riconoscere i progressi, anche minimi. Sostenere quando un figlio sbaglia. Stare, senza giudicare. È un equilibrio difficile, ma possibile. Non serve un manuale, serve presenza reale. Quella fatta di parole giuste al momento giusto, di abbracci imprevisti, di domande che vanno oltre il “hai studiato?”.
La riflessione non riguarda solo i padri. Chiunque abbia una relazione affettiva – con un figlio, un amico, un partner – dovrebbe chiedersi quanto spazio trova oggi l’ascolto autentico. Le conversazioni spesso si fermano ai comandi. Le emozioni, invece, restano sotto la superficie.
Basterebbe poco: una carezza può interrompere una catena di freddezza. Uno sguardo attento può cambiare una giornata. E forse, anche un destino. Perché alla base dell’equilibrio emotivo resta sempre una verità semplice: sentirsi visti, sentirsi amati, non può mai essere dato per scontato.








