È il ghiacciaio più a sud d’Europa, sopravvissuto al riscaldamento globale: oggi studiato per monitorare i cambiamenti climatici.
Nel cuore del massiccio del Gran Sasso d’Italia, in una conca nascosta e gelida rivolta a settentrione, sopravvive il Ghiacciaio del Calderone, incastonato tra i 2650 e i 2850 metri sul versante nord del Corno Grande. È il più meridionale tra i ghiacciai europei, da quando quello della Sierra Nevada in Spagna si è completamente dissolto. Eppure, nonostante la sua piccola superficie – appena cinque ettari – conserva tutte le forme tipiche dei ghiacciai: crepacci, morene, lingue di detriti, tracce vive di un’era glaciale che ancora resiste, pur a fatica, nel cuore dell’Appennino abruzzese.
Un relitto glaciale che racconta il passato del Gran Sasso
Il Ghiacciaio del Calderone viene spesso definito un “ghiacciaio nero” di circo, tipologia più diffusa nei Pirenei che negli Appennini. La sua massa di ghiaccio, infatti, non è sempre visibile: d’estate la neve sparisce, lasciando solo detriti e pietre a coprire e proteggere il nucleo interno. Per questo alcuni studiosi parlano non di ghiacciaio vero e proprio, ma di glacieret, ossia una massa nevosa permanente, ma non più attiva nel suo movimento. Il Calderone si trova al di sotto della quota limite delle nevi perenni, stimata attorno ai 3100 metri, e la sua sopravvivenza dipende in gran parte dalla posizione ombreggiata e dai detriti che lo schermano dai raggi solari.

Un relitto glaciale che racconta il passato del Gran Sasso ( Fonte FB @Prati Di Tivo ) – aip-suoli.it
È ciò che resta delle grandi glaciazioni del Quaternario. Allora il Gran Sasso era completamente modellato da lingue di ghiaccio che scendevano nelle valli del Venacquaro, del Chiarino, nella Val Maone, fino a Campo Imperatore. Di quel passato restano oggi morenici, rocce striate e piccoli nevai perenni, come quello sotto Pizzo Intermesoli. L’ultima vera espansione del Calderone risale a circa quattro secoli fa, durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale, una fase fredda che segnò anche l’Appennino. Da allora, anno dopo anno, il ghiaccio ha ritratto i suoi confini, lasciando scie geologiche e interrogativi climatici.
Un laboratorio a cielo aperto per lo studio del cambiamento climatico
Oggi il Calderone non è solo un reperto naturale, ma un vero osservatorio ambientale. La sua estrema vulnerabilità lo rende un punto di riferimento per i glaciologi, che lo monitorano costantemente come termometro dei cambiamenti climatici. La sua evoluzione negli ultimi decenni riflette, in scala ridotta, ciò che accade ai grandi ghiacciai alpini. Le estati sempre più torride e le scarse nevicate invernali ne riducono ogni anno la massa, mentre la copertura di detriti – la cosiddetta morena superficiale – rappresenta l’unica difesa naturale contro la fusione accelerata.
La posizione del ghiacciaio, in una conca isolata e riparata, ne ha finora protetto la sopravvivenza. Ma i dati più recenti non sono confortanti. Il Calderone rischia, entro pochi anni, di non essere più classificabile come ghiacciaio attivo. Nonostante ciò, rappresenta ancora un punto d’interesse scientifico, anche per i geologi che studiano le rocce striate dal passaggio antico dei ghiacci.
Il ghiacciaio è raggiungibile dai Prati di Tivo attraverso il Vallone delle Cornacchie e il Rifugio Franchetti, oppure dal versante dell’Aquila salendo da Campo Imperatore. L’escursione porta il visitatore non solo nel cuore dell’Appennino più selvaggio, ma anche in uno dei luoghi simbolo della lotta tra ghiaccio e riscaldamento globale, dove la storia geologica incontra la fragilità climatica del presente.








