Nel 2026 l’Italia raccoglie ancora troppo poco olio esausto domestico: i dati restano preoccupanti, crescono i rischi ambientali.
Il fenomeno è iniziato nel 2020, ma a sei anni di distanza i segnali di ripresa sono ancora deboli. La raccolta di olio esausto da cucina nelle abitazioni italiane continua a rimanere sotto i livelli attesi, nonostante l’aumento della sensibilità ambientale e i numerosi appelli lanciati da enti e consorzi. A confermarlo sono le stime aggiornate pubblicate da Conoe e i dati incrociati con gli ultimi rapporti sulle abitudini di smaltimento nei centri urbani. Il problema non è solo quantitativo: la disinformazione resta il primo ostacolo.
L’effetto pandemia e la stagnazione della raccolta nei sei anni successivi
Nel 2020, secondo il report “L’Italia del Riciclo” pubblicato nel 2021, il nostro Paese aveva raccolto circa 290.000 tonnellate di olio esausto. Una cifra apparentemente alta, ma già in calo rispetto al 2019, con una contrazione del 20%. Il dato più critico riguardava le famiglie, dove il calo aveva toccato il 25%, contro l’11% delle attività professionali. Un’anomalia, se si considera che nel periodo pandemico molte famiglie avevano cucinato più del solito. Eppure, a distanza di tempo, la situazione non è migliorata come previsto.
Nel 2026, secondo quanto riportato da fonti ambientali e consortili, i volumi domestici conferiti continuano a essere nettamente inferiori rispetto al potenziale stimato. Il problema riguarda soprattutto le piccole città e le aree in cui le isole ecologiche sono poco accessibili o mal segnalate. A questo si aggiunge la mancanza di incentivi e una debolezza cronica nelle campagne di informazione.

Raccolta dell’olio esausto in Italia, numeri ufficiali e criticità emerse nel 2020 – aip-suoli.it
In molte zone d’Italia, l’olio esausto continua a finire negli scarichi, danneggiando tubature e impianti di depurazione. È stato calcolato che un solo litro di olio usato può contaminare un milione di litri d’acqua. Questo comporta non solo danni ambientali enormi, ma anche costi elevati per la manutenzione delle reti idriche. Il Conoe, attivo dal 2002, ha più volte ribadito l’urgenza di intercettare i flussi domestici, che rappresentano ormai la parte più fragile della filiera.
Anche sul piano economico la questione è tutt’altro che secondaria. Il valore di mercato dell’olio esausto, nel biennio 2019–2020, aveva superato i 620 euro a tonnellata, una cifra che nel 2024–2025 è tornata a salire per via della crisi energetica. Eppure, mentre aumenta l’interesse industriale per la produzione di biodiesel e cosmetici naturali, diminuisce la quantità di materia prima recuperata dalle famiglie italiane.
Cosa si può fare davvero con l’olio esausto (e perché non viene raccolto)
L’olio da cucina usato – quello della frittura, delle conserve in scatola o dei grassi animali deteriorati – non può essere gettato nel lavandino. Va lasciato raffreddare, raccolto in contenitori chiusi (spesso bottiglie di plastica) e portato nei centri di raccolta del Comune. In alcune città, la raccolta è facilitata da punti nei supermercati o da iniziative con premi e incentivi. In altre, la situazione è ferma a oltre un decennio fa.
L’Italia dispone di una rete nazionale coordinata dal Conoe, che comprende oltre 60 aziende di rigenerazione e più di 500 imprese di raccolta e stoccaggio. Eppure, la parte legata al cittadino – il vero anello debole – non riesce a entrare a pieno nel meccanismo. Secondo lo stesso consorzio, con un’efficace organizzazione e una comunicazione strutturata si potrebbero recuperare fino al 30% in più di oli esausti di origine domestica.
Una volta raccolto, l’olio esausto viene trasformato in una risorsa preziosa. Il 90% finisce nei processi di produzione del biodiesel, ma esistono anche impieghi nella cosmesi, nella saponificazione, nella produzione di lubrificanti vegetali e additivi industriali. È uno degli esempi più concreti di economia circolare, eppure viene ancora ignorato da una buona fetta della popolazione.
Dal punto di vista normativo, le regole esistono e sono chiare. Il Decreto Legislativo 152/2006, che ha recepito il precedente Decreto Ronchi, obbliga i Comuni a garantire la raccolta e punisce con sanzioni severe il conferimento scorretto. In caso di smaltimento illecito, le attività commerciali rischiano anche l’arresto. Tuttavia, il controllo è ancora debole, e le multe ai cittadini sono rare.
Il vero nodo resta culturale. Se nel 2026 ancora troppi italiani ignorano come e dove gettare l’olio esausto, la responsabilità va divisa tra istituzioni, enti locali e un sistema scolastico che – nonostante le buone pratiche isolate – fatica a far passare il messaggio. Lo stesso Conoe ammette che, senza i contributi versati dai produttori, il sistema sarebbe al collasso. E senza la partecipazione attiva dei cittadini, anche il miglior consorzio non può funzionare.








