La tempesta Harry ha innescato uno swell da record: venti forti, bassa pressione e fetch esteso le cause principali
In questi giorni il Sud Italia è stato colpito da mareggiate senza precedenti, con onde che in alcuni punti hanno raggiunto i 16 metri di altezza, soprattutto lungo le coste di Catania, Palermo e Reggio Calabria. Il fenomeno si inserisce nel contesto più ampio dell’ondata di maltempo causata dalla tempesta Harry, una depressione extratropicale che ha portato piogge torrenziali, raffiche oltre i 120 km/h e accumuli nevosi oltre un metro nelle zone interne. Nonostante l’allerta rossa ancora attiva, il centro della perturbazione si sta spostando verso est e le condizioni atmosferiche stanno gradualmente migliorando. Ma resta la domanda: cosa ha reso così estreme queste mareggiate?
Cosa sono lo swell e le onde di tempesta e perché Harry le ha rese così intense
Le mareggiate che hanno colpito le coste del Sud non sono nate vicino alla riva, ma molto più lontano, in mare aperto, attraverso un fenomeno ben noto in meteorologia: lo swell. Si tratta di sistemi di onde lunghe, generati da venti forti che agiscono per ore o giorni su vaste superfici marine. Quando le condizioni sono particolarmente favorevoli – come nel caso della tempesta Harry – le onde raccolgono energia sufficiente per propagarsi per centinaia di chilometri, arrivando a colpire la costa con grande potenza e regolarità.
A generare lo swell sono tre fattori principali: la velocità del vento, la durata del vento e il cosiddetto fetch, cioè l’estensione della superficie marina colpita dal vento. Nel caso di Harry tutti e tre questi elementi erano al massimo: il minimo depressionario aveva pressioni inferiori ai 1000 hPa, e sopra il Mediterraneo si è creato un fortissimo contrasto con l’alta pressione dei Balcani. Questo ha dato origine a venti impetuosi che hanno soffiato per ore su un’area molto vasta, trasformando l’intero bacino in una gigantesca macchina di produzione di onde.

Cosa sono lo swell e le onde di tempesta e perché Harry le ha rese così intense – aip-suoli.it
Queste onde, spinte a lungo e senza ostacoli, hanno raggiunto le coste italiane con caratteristiche simili a quelle delle onde oceaniche, con periodi regolari di circa 10 secondi e un’altezza significativa che ha superato i 9 metri in media, fino a toccare picchi di 16 metri. A Catania, il mare ha invaso intere zone del lungomare costringendo all’evacuazione di diverse famiglie, mentre in Calabria, a Melito di Porto Salvo, si registrano danni gravi al litorale.
Mareggiate da record tra Catania e Palermo: cosa è successo sotto il profilo meteorologico
Le onde osservate in questi giorni rientrano nella categoria delle storm surge, o onde di tempesta. Questo tipo di moto ondoso si verifica quando la bassa pressione atmosferica riduce la pressione esercitata sull’acqua, permettendo al mare di sollevarsi con più facilità. Se a questo effetto si sommano venti forti e prolungati, si ottiene un’onda di piena potenza, pronta ad abbattersi sulla costa.
A rendere l’impatto ancora più violento è stato l’effetto combinato tra swell e storm surge: onde formate lontano che arrivano già cariche d’energia, e l’innalzamento anomalo del livello del mare causato dalla depressione. È uno scenario tipico dei cicloni tropicali o extratropicali. Anche se Harry non era un TLC (Tropical-Like Cyclone), ha presentato una struttura e una potenza paragonabili a quelle di una tempesta tropicale di categoria 1, con raffiche superiori ai 120 km/h nella Sicilia nord-orientale.
Il caso della provincia di Messina, colpita negli stessi giorni da una sequenza sismica, ha sollevato timori di un possibile collegamento tra terremoti e mareggiate, ma gli esperti rassicurano: si tratta solo di una coincidenza temporale, perché le onde osservate sono di natura meteorologica e non sismica.
Intanto i danni sono in fase di valutazione, ma si parla già di tratti di costa completamente erosi, strutture turistiche danneggiate e linee elettriche interrotte. La portata storica dell’evento ha superato ogni previsione, imponendo una riflessione più ampia sul ruolo del Mediterraneo centrale nella formazione di eventi estremi invernali. Lo swell che ha colpito il Sud Italia assomigliava a quello oceanico non solo per altezza, ma per periodo e potenza distruttiva. Un fenomeno raro, ma destinato – secondo molti meteorologi – a diventare sempre più frequente.








