L'agricoltura, una risposta a Kyoto
 
Ciro Gardi1 e Maria Chiara Cavallo2
1 Dipartimento di Scienze Ambientali, Università di Parma. (ciro.gardi@unipr.it)
2 Provincia di Parma
 
 

Il dibattito sui cambiamenti climatici in atto all’interno della comunità scientifica e tra i decisori politici sempre più spesso coinvolge il settore agro-forestale. Ciò è legato al ruolo essenziale (riconosciuto dalla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici e dal Protocollo di Kyoto, entrato in vigore 2004 e ratificato dall’Italia con la L. 120/2002) che le modalità di gestione dei suoli agricoli e delle foreste possono avere nelle strategie nazionali e internazionali di mitigazione dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici globali.

Numerosi studi scientifici in particolare sulle foreste (tra i quali una recente della Iea Bioenergy, Task 38, «Sink forestali di carbonio e loro ruolo nei cambiamenti climatici globali») concludono che, attraverso forme appropriate di gestione dei terreni agricoli e delle foreste esistenti e attraverso la costituzione di nuove foreste e uno sviluppo delle biomasse per la produzione di energia in sostituzione delle fonti fossili (quali carbone, gas, gasolio), si potrebbe contribuire per il 25% al raggiungimento degli impegni che i Paesi si sono imposti, a seguito della firma del Protocollo di Kyoto, per mitigare i cambiamenti climatici.

Gli Accordi di Marrakech (2001), chiamato COP 7, e le successive decisioni all’interno dei COP 8, COP 9 e COP 10, hanno esplicitamente definito le opzioni offerte dal settore agroforestale nelle strategie nazionali e internazionali di mitigazione dell’effetto serra. Ad ogni Paese industrializzato è concesso di utilizzare all’interno dei propri confini le attività relative alla gestione delle foreste già esistenti al 1990 e alla rivegetazione, ma anche alla gestione della superficie agricola utilizzata e dei pascoli. Ecco dunque che il settore agricolo è chiamato a essere parte delle politiche e delle azioni che dovranno portare al raggiungimento, tra il 2008 e il 2012, degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra previsti dal Protocollo di Kyoto. Impegni che, a scala globale, sono del 5,2% rispetto al livello delle emissioni registrate nel 1990 e per il nostro Paese del 6,5%. Una percentuale, quest’ultima, che tenendo conto degli aumenti verificatisi dal 1990 in poi, corrisponde a circa 90 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti (MtCO2eq.). Questo è quanto afferma il Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra 2003-2010, attraverso la delibera approvata dal Cipe nel dicembre 2002 che definisce le strategie nazionali per tenere fede agli impegni di Kyoto. Le possibilità concrete di contributo che può essere fornito dall’agricoltura sono legate alla:

  • adozione di pratiche che favoriscono il «sequestro» di carbonio nella biomassa (nel caso delle colture arboree) e nei suoli (nel caso delle colture erbacee);
  • fornitura di biomassa per finalità energetiche in sostituzione di fonti fossili di energia;
  • riduzione delle emissioni nette di CO2 e di altri gas serra.

Il piano d’azione nazionale considera l’agricoltura da due punti di vista: da un lato come emissioni da consumi energetici, dall’altro come possibile misura di riduzione di CH4 dagli stoccaggi di deiezioni animali e di riduzione di emissioni di N2O dai suoli. Occorre sottolineare come essa sia però mancante nel considerare i suoli come carbon sink. Non vi è infatti alcun riferimento a questo proposito. Questo è spiegabile in parte perché l’importanza attribuita alla variazione degli usi colturali (sia come foresta, come coltivazione, come prato o come zona umida) è stata definita negli allegati alla decisone n 13 del COP 9, tenutosi a Milano nell’anno 2003, mentre il Piano d’azione nazionale è del 2002. Per quanto riguarda "terre agricole, pascoli e rivegetazione" il piano asserisce che "i costi inseriti si riferiscono alla predisposizione di un apposito piano di studi da realizzarsi al fine di stimare le quantità di carbonio assorbite/emesse dalle attività in oggetto, vista la completa assenza in letteratura". Tale piano di studi si rende necessario ai fini di un corretto reporting nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Si stima un assorbimento medio di 0,1 MtCO2/anno. Entro il 31 maggio 2005 è inoltre previsto il completamento dell’Inventario Forestale Nazionale del Carbonio ed entro il 31 dicembre 2006 la realizzazione del Registro Nazionale dei Serbatoi di Carbonio, cioè lo strumento di certificazione delle quantità di carbonio assorbito dai sistemi agrari e forestali italiani. Esso sarà costituito dall’immagine dell’uso del suolo d’Italia a cui andranno riferiti i dati statistici  sul contenuto di carbonio delle tipologie agrarie e forestali.

La possibilità legata alla capacità delle colture agrarie e forestali di sequestrare carbonio, infatti, è un’opzione che consente anche di andare nella direzione indicata dal Trattato dell’UE di incorporare le politiche ambientali in tutte le politiche settoriali della Comunità, inclusi gli indirizzi di politica agricola comunitaria che perseguono lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile, in grado di ridurre l’inquinamento e il degrado ambientale, di fornire servizi e beni ambientali e, al tempo stesso, mantenere una buona capacità di produzione e di reddito, cioè una situazione doppiamente vincente dal punto di vista ambientale ed economico, in altre parole di sviluppo sostenibile.

 

Il Protocollo di Kyoto dal punto di vista agro-forestale

Uno dei principali temi negoziali è stata l’ipotesi di consentire ai Paesi industrializzati di utilizzare le foreste e i terreni agricoli - o sink, come sono chiamati nel gergale del Protocollo di Kyoto - per raggiungere gli impegni di riduzione dei gas serra. In particolare all’art. 3.3, il protocollo fa riferimento ad una lista di attività che portano alla fissazione di carbonio atmosferico da contabilizzare nei bilanci nazionali degli assorbimenti delle emissioni, legate ai cambiamenti di uso del suolo, limitatamente alle attività di "afforestazione", "riforestazione", e "deforestazione". Inoltre, all’art. 3.4 esso rende possibile l’impiego di altre attività forestali e di uso del suolo, con alcune limitazioni fra cui quelle di essere "direct human induced", ovvero provocate da un’azione antropica, e di aver avuto luogo dal 1990 in poi.

Le modalità d’uso dei sink all’interno dei meccanismi di flessibilità sono stati probabilmente il tema più complesso nel processo negoziale successivo a Kyoto. Nel 2001 nel COP 7 a Marrakesh, si è finalmente arrivati ad un accordo sui tipi di attività agricole e forestali che i diversi paesi potranno usare per raggiungere gli obiettivi fissati dal protocollo. Con esso ha preso avvio anche un lungo processo di confronto scientifico, d’analisi, e di negoziazione, per definire e trovare un accordo su come interpretare e attuare le indicazioni contenute al suo interno.

Fra le principali questioni in ambito agro-forestale, rimaste a lungo insolute, vi è la definizione di quali attività dei settori agricolo-forestali potessero o dovessero essere considerate per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Le posizioni delle parti erano divise tra due approcci estremi.

Un approccio, detto di Full carbon accounting, tendeva ad includere qualsiasi tipo di attività che ricadesse nella gestione del territorio agricolo e forestale nel senso più ampio del termine, a partire da fertilizzazioni e altre pratiche agronomiche, per arrivare fino alla ricolonizzazione naturale da parte del bosco di coltivi abbandonati. Oltre ai costi iniziali non indifferenti cui si andrebbe incontro seguendo questi criteri, si rischierebbe di creare un gran numero di crediti senza che i paesi interessati si siano realmente impegnati nella predisposizione di misure di risparmio energetico.

L’altro approccio ridimensionava notevolmente il contributo delle attività agricole e forestali al raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni, limitando l’inclusione ad una ristretta serie di interventi (Ciccarese e Pettenella, 2000).

Durante le negoziazioni terminate con gli accordi di Bonn del 2001, la prima posizione era sostenuta dal cosiddetto Umbrella group, ossia quei paesi (soprattutto Stati Uniti, Canada e Australia) con risorse territoriali relativamente ampie, che vedrebbero enormemente ridotti i loro impegni da quella scelta. L’altra posizione era invece sostenuta da quei paesi che sentono come un grosso rischio la riduzione dell’efficacia operativa del protocollo, ossia tutti quelli strettamente minacciati dal rischio di aumento del livello delle acque degli oceani, ovvero l’Alliance of Small Island States, insieme alla Cina, ai paesi dell’OPEC e all’UE.

In ambito agricolo e forestale, due in particolare erano gli argomenti motivo di contrasti: la possibilità di conteggiare il carbonio fissato nelle formazioni naturali e seminaturali in seguito all’accrescimento delle stesse e la messa a punto di metodologie da usare per contabilizzare il carbonio nei prodotti legnosi. Il compromesso veniva cercato nell’individuazione di una ridotta lista di attività che fossero effettivamente addizionali (rispetto allo scenario business as usual), misurabili e permanenti. Gli argomenti aperti vertono su: metodologie di rilevamento degli stock iniziali (baselines), tecniche di misurazione delle variazioni (stock change), potenzialità produttive (quindi massimo contenuto di carbonio) delle varie forme d’uso del suolo.

In seguito agli accordi di Bonn (il COP 6-bis, 2001) come attività idonee ad essere considerate addizionali alle ARD nell’uso del suolo, nel cambiamento d’uso del suolo e nelle attività forestali, vengono indicate la "gestione forestale" (forest management), la "gestione dei terreni agricoli" (cropland management), la "gestione dei pascoli" (grazing management) e la "rivegetazione"(revegetation), senza ulteriori specificazioni. L’azione deve avere avuto luogo a partire dal 1990 e deve essere di origine antropica. Si afferma che la mera presenza di riserve di carbonio è esclusa dalla contabilizzazione e che nei bilanci non si deve tenere conto di alcun effetto derivante da pratiche precedenti il 1990 né delle conseguenze di cause naturali, quali la fertilizzazione carbonica o le deposizioni azotate sui suoli. Il conteggio delle attività agricole (cropland and grazing management) deve derivare dalla differenza di valori netti tra il periodo 2008/12 e il 1990.

Di seguito sono riportate le definizioni fissate in merito alla gestione agro-forestale:



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I crediti generati dalla gestione dei suoli agricoli e i prati e dei pascoli, i cui dati devono essere rigorosamente dimostrati, possono essere contabilizzati in toto al contrario della gestione delle superfici forestali a cui andrà tolto un 15% per eliminare quella frazione di carbonio che è accumulato dalle foreste per effetto del presunto aumento degli stock come conseguenza di diversi fattori quali: la fertilizzazione dovuta a deposizione di azoto nei suoli, l’incremento di concentrazione di anidride carbonica e l’invecchiamento naturale dei soprassuoli. Tali requisiti non rispondono al requisito di essere "human induced", ovvero indotti dall’azione antropica.

Ovviamente, per rispondere alle richieste definite all’interno del Protocollo di Kyoto, ogni paese dovrà contabilizzare, secondo procedure che sono in fase di definizione formale, le variazioni degli stock sia sulle nuove piantagioni forestali che sulle foreste sottoposte a gestione forestale. Tali procedure prevedono innanzi tutto una chiara identificazione delle aree interessate (per esempio, attraverso la georeferenziazione) e una stima analitica delle variazioni degli stock di carbonio dal 2008 e il 2012 (per esempio, attraverso misure dirette, l’uso di funzioni di crescita di validità locale o una combinazione di questi strumenti). Per poter con-teggiare gli effetti fissativi non è invece necessario che siano monitorate le variazioni anno per anno degli stock intervenute dopo la piantagione e l’inizio del primo periodo d’impegno.

Sono in corso di elaborazione anche metodi per stimare, misurare, monitorare e riportare variazioni negli stock di carbonio ed emissioni di gas-serra di natura antropogenica derivanti da fonti e assorbimenti dei sink che risultano dalle attività di cambiamento dell’uso del suolo e delle foreste (Land Use Land Use Change and Forestry - LULUCF) negli articoli 3.3, 3.4, 6 e 12 del Protocollo di Kyoto (paragrafo 3a) e un rapporto sulle pratiche di buona gestione, tenendo presente le 1996-Revised IPCC Guidelines, e sulle modalità di ponderazione dei fattori incerti (Good Practices and Uncertainty Management) per una sua possibile adozione alla IX sessione della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (paragrafo 3b).

Per quanto riguarda lo studio dell’evoluzione del carbonio fissato nelle foreste semi-naturali, è stato elaborato il Modello CSEM (acronimo per Carbon Sequestration Evaluation Model), nell’ipotesi che tale evoluzione segua l’andamento della cosiddetta curva di accrescimento logistico e dei relativi parametri di crescita. Esso considera la massa del fusto con corteccia, la massa epigea delle foglie e rami e ipogea delle radici e la biomassa contenuta nel suolo e nelle sostanza umiche.

All’interno della decisione 17 del COP 8 è stata elaborata la scheda relativa alle emissioni di CO2. E nella decisione n. 13 del COP 9 vengono emesse alcune schede che riportano in modo più chiaro e analitico come valutare l’implementazione di emissioni in casi di cambio di uso del suolo. Fra le varie voci compaiono chiaramente cropland converted to grassland e grassland remaining grassland, ed in generale come valutare le diverse modificazioni di uso del suolo, in funzione del carbonio.

Per il 2010, l'obiettivo indicato dal protocollo per la Ue dei 15 è una riduzione complessiva dell'8% e, anche senza far ricorso a misure aggiuntive, secondo il bilancio del COP 10, svoltosi nel dicembre 2004 a Buenos Aires, complessivamente l'Europa ha quasi raggiunto i propri obiettivi: le previsioni si attestano sul 7%, con un solo punto percentuale in meno rispetto all'obiettivo indicato dal Protocollo. Ben diversa la situazione per l'Italia, che dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 6,5% e, se non modificherà il trend attuale, le vedrà invece aumentare quasi del 4%, sforando di oltre il 10% gli obiettivi previsti. Al momento l’Italia è ultima tra i grandi Paesi europei, in attesa che si decida di attuare concretamente il Piano d’azione nazionale.

 

 

Bibliografia e siti di approfondimento

Cicarrese L., Pettenella D., 2000. Il ruolo delle foreste come serbatoi di carbonio: sviluppi recenti del processo di negoziazione del Protocollo di Kyoto. Sherwood, 6 (61).

http://www.apat.it/site/_contentfiles/ 00023400/23465_Rapporti_02_21.pdf

http://www.ipcc.ch

http://unfccc.int/methods_and_science/lulucf/items/1084.php

http://unfccc.int/2860.php

 
 
 
 

    n. 1-3 anno 2005