Perché Kyoto conviene
 
Giulio De Leo
Prof. Ordinario di Ecologia Applicata, Dipartimento di Scienze Ambientali,
Università degli Studi di Parma (giulio.deleo@unipr.it)
 
 

Conciliare sviluppo economico con la protezione dell'ambiente. Questo significa il Protocollo di Kyoto. Perché ridurre le emissioni di gas clima-alteranti non è solo una necessità, ma rappresenta per il nostro Paese una straordinaria opportunità di innovazione tecnologica i cui benefici, se la sua implementazione sarà gestita in modo corretto, rapido ed efficace, potranno superare di gran lunga i costi. Ce lo ricorda in un'intervista sul Corriere Economia del 16 Maggio 2005 anche Pasquale Pistorio il quale, prima del recente passaggio alla Confindustria come responsabile per l'innovazione tecnologica, ha portato al successo internazionale l'azienda di semiconduttori italo-francese con una politica ambientale così avanzata ed efficace da poter affermare che "green is business". Del resto, cinquant'anni di politiche ambientali in Europa ed in nord America hanno dimostrato che le misure finalizzate alla riduzione delle emissioni inquinanti non solo costituiscono la risposta necessaria e dovuta ad una crescente domanda di qualità ambientale e di sicurezza per la salute da parte dei cittadini, ma finiscono quasi invariabilmente per innescare processi di innovazione che rapidamente si accompagnano a sensibili benefici economici: questi sono spesso misurabili in termini di riduzione dei costi di gestione e produzione (quando aumenta l'efficienza), riduzione dei costi che le aziende e la collettività pagano per la depurazione ed il disinquinamento, e riduzione dei costi sanitari per curare quelle patologie che derivano quasi inevitabilmente da un elevato livello di degrado ambientale.
Ridurre le emissioni dei gas clima-alteranti, infatti, non è più un'opzione, od un lusso dei paesi industrializzati ma, come si diceva, una necessità. Per quanto ci sia ancora qualche tentativo mistificatorio, in verità l'evidenza scientifica di cambiamenti del clima si può ritenere ormai schiacciante: gli studi che provano l'esistenza e la dimensione di questi cambiamenti - studi pubblicati solo dopo attento scrutinio da parte di commissioni indipendenti e sottoposi allo spietato vaglio della comunità scientifica internazionale - sono innumerevoli e vengono a formare i tasselli di un complesso mosaico il cui significato non lascia adito a dubbi: i cambiamenti climatici sono reali, sono in atto, sono in forte accelerazione, sono caratterizzati da una forte componente antropica (ovvero generati principalmente dalle emissioni di gas serra prodotte dall'uso che l'uomo fa dei combustibili fossili), e le previsioni sui possibili effetti sono preoccupanti e non possono lasciare indifferenti.
In questo senso la comunità scientifica internazionale è fondamentalmente unanime sulle cause e sulle conseguenze generali di questi cambiamenti climatici su grande scala. Chi sostiene il contrario, semplicemente non conosce la letteratura scientifica internazionale, o si è fermato, nel migliore dei casi, alle pubblicazioni dei primi anni '90. Oppure ignora le modalità con cui procede la ricerca scientifica, e non riesce a comprendere la natura dell'acceso dibattito fra scienziati che si occupano di clima. Dibattito che riguarda la conoscenza più intima dei meccanismi che regolano il clima ed il problema del cosiddetto "downscaling", ovvero del difficile passaggio da previsioni sull'andamento medio della temperatura a livello globale a quelle su scale temporali e spaziali molto più fini e vicine a quelle che noi sperimentiamo tutti i giorni. Previsioni che, per loro natura, non possono che essere espresse in termini probabilistici.
E' come per la ricerca sul fumo. Si sa ormai con certezza che il fumo fa male e che può generare il cancro. Questo non significa che tutti i fumatori svilupperanno questa patologia e neppure che i medici sanno prevedere con certezza se chi fuma cinque sigarette al giorno per dieci anni si ammalerà davvero e, ancor meno, di quale esatta patologia (cancro ai polmoni? alla gola? alla bocca? altre neoplasie?), e dopo quanto tempo. Oggi nessuno lo può sapere. Però, lo ripeto, sappiamo che il fumo fa male, anche quello passivo, sappiamo che chi fuma aumenta sensibilmente la probabilità di sviluppare questa patologia e su questo non ci sono dubbi. Come non ci sono dubbi sul fatto che la ricerca sui danni provocati dal fumo debba continuare perché molti aspetti non sono ancora chiari, sono controversi.
Per il clima vale più o meno la stessa cosa. Nessuno oggi (e forse mai) potrà prevedere se fra cinque anni o fra cinquant'anni il mese di Agosto sarà siccitoso o la Pasqua piovosa, ma sappiamo ormai con sicurezza che la probabilità di avere estati calde o piovose si sta modificando a causa dei cambiamenti climatici generati dall'uomo.
E gli effetti previsti, come dicevo, sono preoccupanti. Innalzamenti del livello dei mari ed aumento degli eventi estremi di precipitazione possono essere devastanti per un paese come il nostro con 8000 km di coste ed un elevata predisposizione al dissesto idrogeologico. L'impatto delle ondate di calore lo abbiamo già sperimentato nella famosa estate calda del 2003: 7800 morti in Italia, 11 mila in Francia, altri 16 mila nel resto di Europa. E 13 miliardi di euro di danni in tutto il continente per la perdita di produzione agricola. E l'uragano Kathrina ci ha ricordato quali potrebbero essere gli effetti di un incremento di frequenza ed intensità degli eventi estremi. Sono stati spesi subito 10 miliardi di dollari per gli interventi dlela prima ora, ed altri 50 sono stati stanziati dal Senato Americano. I morti registrati sono stati 1069, 400 mila gli sfollati, a tre mesi dal disastro siamo ancora molto lontani dalla normalità, ci vorranno anni prima che siano rimarginate le ferite dell'uragano ed è altamente probabile che il tessuto storico-sociale che caratterizzava quei territori sia andato perduto per sempre.

Ma non finisce qui. Non ci sono solo grandi eventi catastrofici, ma impatti anche su piccola scala. Nel progetto di Ricerca Kyoto Lombardia, finanziato dalla Regione Lombardia, e dalla Fondazione Lombardia per l'Ambiente stiamo mettendo a fuoco la catena degli impatti diretti ed indiretti dei cambiamenti climatici globali su scala regionale locale per il Nord Italia. Ad esempio, la riduzione delle precipitazioni aumenterà il conflitto per la gestione delle risorse idriche richiedendo mediazioni difficili, se non impossibili, fra uso civile/potabile, usi agricoli e zootecnici ed uso industriale: qualcuno resterà all'asciutto. Il turismo invernale potrà essere messo in severa difficoltà dalla riduzione delle precipitazioni nevose. La tropicalizzazione del clima aumenterà la diffusione di agenti infestanti per l'agricoltura e di malattie umane che prima, a causa del clima, semplicemente non potevano diffondersi nel nostro paese. L'aumento dei danni generati da eventi estremi (siccità, inondazioni, trombe d'aria), porterà ad una crescita dei premi assicurativi, fenomeno del resto già osservato negli ultimi anni. E molti altri costi ancora.
Il problema, allora, non è se ridurre le emissioni di gas clima-alteranti, ma di quanto ridurle e come. La domanda è quanto mai opportuna visto che gli Stati Uniti, il paese che più ha contribuito ed ancora contribuisce alle emissioni di gas serra, si è tirato fuori dal Protocollo di Kyoto. Questo fatto, ovviamente, non aiuta e si dovrà capire come riportare Stati Uniti (e India e Cina) verso obiettivi di riduzione vincolanti.
Ma il Protocollo a noi conviene comunque. E per due ragioni: la riduzione dei costi di produzione e consumo di energia che si accompagna ad un aumento di efficienza del nostro sistema energetico; e la riduzione dei costi sanitari-ambientali che un sistema energetico più pulito ed efficiente sarà in grado di produrre. Per quanto riguarda il primo punto, uno studio della Commissione Europea del 2003 ha mostrato come due terzi della riduzione dei gas serra che la UE deve realizzare per raggiungere gli obiettivi di Kyoto possono essere ottenuti a costi marginali nulli o addirittura negativi (quindi con un risparmio economico netto), semplicemente riducendo gli sprechi ed aumentando l'efficienza sia della produzione che nel consumo. E questo è vero anche per l'Italia, un paese fra quelli a più bassa intensità energetica (rapporto fra energia consumata e PIL). Infatti gran parte delle nostre centrali termoelettriche funziona ancora ad olio combustibile con un efficienza che non supera in genere il 34%, mentre le più moderne centrali turbogas a ciclo combinato raggiungono un'efficienza del 52-54% e quindi, a parità di energia prodotta, emettono molto meno. Dall'altra parte, il consumo tipico di un edificio residenziale nel nord Italia (anche quelli di recente costruzione) è dell'ordine dei 150 kWh/m2 all'anno, fino a 10 volte di più che i moderni edifici passivi costruiti in Austria e Germania (dove notoriamente fa più freddo). Questi edifici non solo sono ambientalmente più amichevoli perché non sprecano inutilmente energia, ma fanno risparmiare notevolmente sulla bolletta energetica. Peccato che l'edilizia energeticamente sostenibile in Italia sia ancora materia di qualche sparuta (e meritoria) sperimentazione rappresentata essenzialmente dal regolamento edilizio di Carugate e dal progetto CasaClima di Bolzano per la certificazione energetica degli edifici. E questo è un male perché soddisfare gli obiettivi di Kyoto solo comprando diritti di emissione a caro prezzo sul mercato estero non è certo un modo intelligente di risolvere il problema. Mentre spegnere interi settori produttivi sarebbe semplicemente un'idiozia che nessuna persona sensata prenderebbe in considerazione. Ancora una volta, innovazione, ricerca, efficienza e risparmio energetico sono le parole d'ordine di Kyoto.
Il secondo punto riguarda i cosiddetti costi esterni socio-ambientali. Una ricerca sviluppata presso l'Università di Parma col CESI ed il Politecnico di Milano pubblicato su Nature nel 2001 ha mostrato che i benefici economici di una riduzione delle emissioni inquinanti e di gas clima-alteranti - benefici misurati in termini di riduzione dei costi sanitari per curare le patologie derivanti dalle emissioni inquinanti che appestano le nostre città - sono in grado di compensare ampiamente i (per altro, modesti) incrementi dei costi industriali di produzione nel settore elettrico.
Kyoto, pertanto, conviene. E' solo il primo passo, necessario ma non sufficiente, ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare.
E' vero, i costi dell'energia in Italia sono fra i più alti d'Europa. Ma l'ambiente non c'entra niente (e neppure gli ambientalisti), la colpa semmai è di un mercato ancora troppo monopolista e poco concorrenziale. Agendo opportunamente sulla leva fiscale e favorendo una sana concorrenza è possibile diminuire i prezzi compensando così gli extracosti di investimento per la penetrazione di tecnologie più efficienti ed a basso impatto ambientale e favorendo, al contempo, occupazione. I tedeschi sono arrivati ad installare 400 MW all'anno di fotovoltaico creando un mercato di 2 miliardi di euro ed un'industria con 27000 addetti. In Italia, dove c'è molto più sole, si installano 5 MW all'anno il mercato è di soli 35 milioni di euro e gli addetti solo 700. Nel centro e nel nord Europa le E.S.Co., le Energy Service Company, società a capitale privato nate per finanziare il risparmio energetico soprattutto nell'edilizia pubblica, sono una realtà consolidata ed in forte espansione. In Italia la legge che ne regolamenta il funzionamento è ancora in ritardo. Il settore dei trasporti è fuori controllo, potremmo almeno cominciare a modificare i comportamenti individuali, ma anche qui non stiamo facendo niente.
Stiamo perdendo tempo. Il Piano Nazionale di Allocazione è stato approvato in ritardo rispetto alla gran parte degli altri paesi europei e dopo richiami e correzioni da parte della Commissione Europea. Forse nella speranza che la direttiva sull'Emission Trading ed il protocollo di Kyoto non sarebbero mai entrati in vigore. Ma proprio un anno fa la mossa della Russia a spiazzato tutti gli attendisti. Procrastinare non è servito e continua a non servire a niente, anzi è ottuso, pericoloso e deleterio: finiremo per comprare energia, brevetti e tecnologia per fonti rinnovabili o ad elevato rendimento energetico dalla Germania o, peggio, dalla Cina. I veri retrogradi catastrofisti ed oscurantisti sono quelli che non vogliono rendersene conto e che sostengono, erroneamente, che il Protocollo di Kyoto avrà costi pazzeschi a fronte di benefici nulli. In fondo, anche per il Ministro dell'Economica prof. Domenico Siniscalco il protocollo di Kyoto è da vedersi come un'opportunità: in una agenzia Reuters del 10 Febbraio 2005 ha infatti dichiarato che "il costo previsto [per l'implementazione del protocollo di Kyoto], che non è un costo per l'erario ma per il sistema Italia, quindi è un investimento che non va visto come un costo da coprire, è ragionevolmente contenuto. Da qui al 2012 secondo stime del ministero dell'Ambiente si parla di 2,5-3 miliardi nell'arco di otto anni". Se 3 miliardi di euro in otto anni vi sembrano tanti, ricordiamo che gli italiani solo nel 2004 hanno speso 23 miliardi di euro al Lotto ed per altri giochi a premi; 29 sono quelli generati dalla fiscalità (accise ed IVA) sul conto energetico nazionale. Tre miliardi in otto anni per Kyoto è quindi un investimento in innovazione e tecnologica che possiamo tranquillamente permetterci.
Finiamola quindi, una volta per tutte, di demonizzare climatologici, ecologi e più in generale scienziati dell'ambiente come nemici del progresso. Al contrario - come ha affermato il Prof. Marino Gatto, Presidente della Società Italiana di Ecologia - le scienze e l'ingegneria dell'ambiente non soltanto segnalano i possibili problemi che si presentano all'umanità, ma, in collaborazione con altre discipline, aiutano a trovare soluzioni concrete ed economicamente percorribili a tali problemi, anche nel brevissimo periodo. Il nostro paese è già ritardo su molti fronti e continua a perdere punti di competitività. Non perdiamo anche questa occasione. Cominciando subito, abbiamo solo da guadagnare.
 
 
 
 

    n. 1-3 anno 2005